Quando dico che lavoro con gli archetipi, le reazioni tendono a dividersi in due grandi famiglie.
Da una parte c’è chi annuisce immediatamente, perché frequenta già il linguaggio simbolico, conosce i tarocchi, Jung, i miti o le discipline olistiche.
Dall’altra c’è chi mi guarda come se stessi per tirare fuori una sfera di cristallo durante un colloquio di orientamento.
Ecco, partiamo da qui.

Utilizzare gli archetipi in un percorso formativo o professionale non significa assolutamente prevedere il futuro, assegnare etichette alle persone o stabilire chi siano una volta per tutte.
Significa offrire loro un linguaggio attraverso il quale osservarsi. Un linguaggio fatto di immagini, personaggi, desideri, paure, risorse e modalità ricorrenti di affrontare la vita.
Questo linguaggio lo amo così tanto, che lo amo da quando sono piccola. Da grande, poi, ho deciso addirittura di scriverci una tesi di laurea.
Ma passiamo a parlare di questi preziosi alleati…
Che cos’è un archetipo?
La parola “archetipo” deriva dal greco: archè (“inizio”, “principio”) e typos (“modello”, “impronta”). Un archetipo, quindi, richiama l’idea di un modello originario, una forma che ritorna.
Nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung, gli archetipi sono strutture o disposizioni universali della psiche. Emergono attraverso simboli, racconti, sogni, miti e figure che assumono forme differenti a seconda della persona e della cultura.
Sono figure che riconosciamo anche quando cambiano nome, abiti ed epoca storica. Facciamo un esempio…
L’Eroe di un mito antico e il protagonista di un film contemporaneo possono essere molto diversi, eppure condividono una traiettoria riconoscibile. Essi infatti: ricevono una chiamata, affrontano una prova, incontrano ostacoli, scoprono risorse che non sapevano di possedere.
Questa traiettoria è nota come il Viaggio dell’Eroe, che richiama gli studi di Joseph Campbell. Quest’ultimo osservò la presenza di tappe simili nei miti e nei racconti appartenenti a culture differenti.

La partenza dal mondo conosciuto, l’incontro con difficoltà e figure di supporto, la discesa in una fase di crisi e il ritorno con una nuova consapevolezza descrivono un percorso simbolico di crescita.
Anche un cambiamento professionale può assumere questa forma. Una persona riceve una chiamata quando avverte che il lavoro svolto non la rappresenta più, incontra ostacoli quando emergono paure e resistenze, cerca alleati, sperimenta nuove possibilità e scopre capacità che fino a quel momento erano rimaste in ombra.
Ma torniamo a parlare di archetipi e di Jung…
Jung elaborò la teoria degli archetipi nel corso del tempo, partendo dall’osservazione clinica, dallo studio comparato dei miti, delle religioni, dei sogni e delle produzioni simboliche. La sua impostazione appartiene alla psicologia analitica.
[Qui lascio un piccolo saluto alla mia terapista, in quanto lavoriamo spesso sui miei sogni… Ciao Francesca!]
Dunque, dicevamo…
Un archetipo, quindi, non è una personalità completa.
Dire “in questo momento mi riconosco molto nell’Eroe (archetipo)” non equivale a dire “io sono l’Eroe e sarò sempre così”.
Può indicare che la persona sta attraversando una fase nella quale sente il bisogno di mettersi alla prova, dimostrare il proprio valore o superare un limite. In un altro momento potrebbe emergere il bisogno dell’Esploratore, del Custode, del Creatore o del Saggio.
L’archetipo descrive, quindi, una possibile modalità di esperienza. Non rinchiude la persona al suo interno.
Perché gli archetipi facilitano il dialogo?
Durante un percorso di orientamento può accadere che una persona sappia raccontare molto bene ciò che ha fatto, ma faccia fatica a dire chi è diventata attraverso quelle esperienze.
Conosce le proprie mansioni.
Conosce le aziende nelle quali ha lavorato.
Conosce i corsi frequentati.
Poi arriva una domanda come “Quali risorse porti con te?” e improvvisamente cala il silenzio.
Non perché quelle risorse non esistano, ma perché spesso manca un vocabolario per nominarle.
L’immagine archetipica può diventare un punto di accesso.
È talvolta più facile dire “mi sento come un’esploratrice che ha perso la direzione” rispetto a “sto vivendo una crisi della mia identità professionale”.
È più immediato riconoscersi nella figura di una custode che si occupa sempre degli altri, piuttosto che parlare subito della difficoltà nel mettere confini.
L’archetipo crea una piccola distanza tra la persona e il problema. Permette di osservare un comportamento senza farlo coincidere interamente con la propria identità.
Non sono “sbagliata”.
Forse sto utilizzando una risorsa oltre la sua misura utile.
La precisione del Sovrano può diventare controllo.
La disponibilità del Custode può trasformarsi in sacrificio.
Il coraggio dell’Eroe può condurre a vivere ogni esperienza come una battaglia.
La leggerezza del Giullare può diventare un modo per evitare ciò che fa paura.
Attraverso queste immagini, qualità e difficoltà possono essere esplorate senza partire da un giudizio.
Cosa significa usare gli archetipi nella facilitazione?
La facilitazione aiuta una persona o un gruppo a esprimersi, leggere ciò che sta accadendo e trovare nuove possibilità di azione.
L’archetipo può sostenere questo processo attraverso domande, immagini, narrazioni, carte illustrate, esercizi di scrittura o attività creative.
In un laboratorio dedicato al lavoro, per esempio, si potrebbe chiedere:
“Quale figura rappresenta il tuo modo abituale di affrontare le difficoltà?”
“Quale archetipo utilizzi meno, anche se potrebbe esserti utile?”
“Quale risorsa porti nei gruppi?”
“Quale parte di te tende a prendere tutto lo spazio?”
“Di quale energia avresti bisogno nella prossima fase professionale?”
La risposta non viene interpretata come un verdetto. Diventa materiale da esplorare.
Se una persona sceglie il Ribelle, la questione non è stabilire se sia davvero ribelle. Si può indagare cosa significhi per lei quella figura.
Libertà?
Rottura delle regole?
Autonomia?
Paura di essere controllata?
Bisogno di distinguersi?
Due persone possono scegliere lo stesso archetipo attribuendogli significati molto diversi. È proprio questa differenza a rendere interessante il dialogo.
Perché possono essere utili anche in azienda?
Nei gruppi di lavoro gli archetipi possono aiutare a parlare di comportamenti e dinamiche relazionali attraverso una modalità meno rigida rispetto alle classificazioni tradizionali.
Un team può riconoscere di possedere molta energia dell’Eroe: alta motivazione, orientamento al risultato, capacità di reagire alle difficoltà.
La stessa energia, se esasperata, può generare competizione continua, stanchezza e la sensazione che ogni progetto debba essere affrontato come una missione impossibile.
Un gruppo ricco di Creatori può produrre idee originali, ma rischiare di trascurare procedure e scadenze.
Un gruppo dominato dal Sovrano può garantire ordine e affidabilità, ma lasciare poco spazio alla sperimentazione.
Il lavoro archetipico può far emergere una domanda utile: quale qualità possediamo già e quale abbiamo bisogno di allenare?
In ambito organizzativo esistono studi che utilizzano il termine “archetipo” per identificare configurazioni ricorrenti di cultura, leadership o comportamento. Una ricerca pubblicata nel 2024, basata su 309 aziende osservate per cinque anni, ha individuato tre configurazioni culturali associate alla performance, alle persone e ai clienti. Si tratta però di un impiego del termine diverso dal sistema simbolico junghiano.
Anche alcune ricerche sulla leadership hanno usato modelli archetipici per analizzare schemi ricorrenti all’interno dei gruppi. Uno studio su equipaggi impegnati in simulazioni spaziali ha esaminato otto configurazioni di leadership e la loro relazione con i modelli mentali condivisi dal team. Anche qui “archetipo” indica una configurazione ricorrente, non una prova diretta della teoria junghiana.
Questa distinzione evita di mettere nello stesso contenitore studi, pratiche e significati differenti.
Esistono studi sugli archetipi?
Sì, esistono pubblicazioni sugli archetipi, ma la risposta richiede onestà.
La teoria junghiana degli archetipi non dispone dello stesso tipo di validazione empirica attribuita ai modelli psicometrici più consolidati.
La letteratura disponibile comprende studi teorici, ricerche qualitative, analisi narrative, applicazioni nell’ambito della comunicazione, del branding, della leadership e della ricostruzione dell’identità.
Una ricerca del 2019 sulla ricostruzione narrativa dell’identità ha descritto l’uso di figure come il Guerriero e il Saggio per aiutare le persone ad accedere a risorse interiori e costruire una narrazione preferita di sé. Gli autori collocano questo utilizzo in una prospettiva narrativa e costruttivista.
Gli studi sull’identità narrativa mostrano, più in generale, come i racconti contribuiscano a organizzare l’esperienza, attribuire significato agli eventi e dare continuità alla percezione di sé.
Questo filone può offrire una base utile per comprendere perché metafore, personaggi e storie favoriscano la riflessione, pur senza dimostrare automaticamente l’esistenza degli archetipi nel senso formulato da Jung.
Altre ricerche hanno studiato il modo in cui strutture archetipiche, come quella dell’Eroe, influenzano le narrazioni utilizzate dai brand e la risposta del pubblico.
La formulazione più corretta, quindi, è questa: esistono studi e applicazioni che esplorano l’utilità delle immagini archetipiche, delle narrazioni e dei modelli ricorrenti. Le prove non permettono però di trattare gli archetipi come verità scientifiche oggettive o strumenti diagnostici.
Gli archetipi non sono etichette
Quando si lavora con le persone, la qualità dello strumento dipende anche dal modo in cui viene utilizzato.
Un archetipo può facilitare una riflessione.
Può aiutare a dare un nome a una tensione.
Può far emergere una risorsa dimenticata.
Può aprire una conversazione che, attraverso una domanda diretta, sarebbe rimasta bloccata.
Perde però valore quando diventa un’etichetta definitiva.
“Tu sei una Guerriera.”
“Tu sei un Sovrano.”
“Questo archetipo significa che devi cambiare lavoro.”
Frasi del genere riducono la complessità della persona e attribuiscono allo strumento un’autorità che non possiede.
L’archetipo dovrebbe aprire domande, non chiuderle.
La persona rimane libera di riconoscersi, dissentire, modificare l’immagine o trovarne una completamente diversa. Ma soprattutto, non vengono mai date interpretazioni esterne (dall’orientatore, ad esempio). È, ad esempio, la persona disoccupata in fase di orientamento, ad usare lo strumento parlando di sé.
Allora perché scelgo gli archetipi?
Perché alcune persone riescono a raccontarsi attraverso un elenco di competenze.
Altre hanno bisogno di una storia.
Alcune riconoscono subito i propri punti di forza.
Altre li vedono soltanto quando assumono la forma di un personaggio, di un’immagine o di un simbolo.
Gli archetipi possono creare un ponte tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo a dire.
Non sostituiscono la psicologia. Lo ripeto ancora.
Io li considero mappe simboliche.
Una mappa non decide dove devi andare.
Può però aiutarti a riconoscere il punto dal quale stai partendo, le strade che percorri più spesso e…
…quelle che finora non avevi ancora osservato.
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